Sull’anticomunismo di sinistra – un dibattito

Da Una città n. 146, marzo 2007

Alcuni giorni fa, per caso, a partire dalla mail di un collaboratore redazionale, si è sviluppato un dibattito che proponiamo.

[…] Non capisco però una cosa (e non la condivido): che necessità c’è oggi di declinarsi -in negativo – con l’anticomunismo….? Perché non pensare invece all’altra tradizione -in positivo- come un socialismo pluralistico, pluriassociativo, liberale e libertario….?? A presto!
Thomas Casadei

Thomas, ma magari! Ci sono almeno due problemi però. Il primo, di principio, è che il pluralismo non vuol dire Berneri, Rosselli, Chiaromonte, Caffi, Colorni, ecc. più Togliatti. Non vuol dire tenere insieme l’assassinato (Berneri) e l’assassino (Togliatti), il democratico e il totalitario.
Secondo: quale tradizione è presente, forte, celebrata e rinnovata in Italia? Quella dei Rosselli, ecc.? A me non sembra proprio. L’Italia è un paese in cui Solgenitsin non è stato neanche letto, in cui nessuno si è commosso per i milioni di morti da comunismo e nessuno si è mosso per i polacchi; in cui abbiamo ancora due partiti comunisti, in cui l’altro partito della sinistra si divide perché una parte vuol abbandonare la parola socialista per salvare il proprio passato comunista e gli altri, per lo stesso motivo, ci si attaccano, e tutti felicemente statalisti; in cui l’unico giornale uscito dal 68 (in qualche modo) si professa tuttora “comunista”; è il paese dove i comunisti possono scrivere autoagiografie ed essere celebrati in tv come grandi personaggi della storia repubblicana, dove in ogni città ci sono vie dedicate a un Togliatti che diresse il pogrom contro i trotzkisti e gli anarchici in Spagna, invocò i carri armati contro gli operai di Budapest e si oppose alle rivelazioni sui crimini di Stalin; in cui gli ex del 68, quando va bene, dicono che non poteva andare diversamente, che è stato importante essere stati comunisti per non esserlo più, in cui non si dice mai la verità sulla violenza; è il paese in cui se a Bologna i cosiddetti movimenti vogliono celebrare il 77, si fa un buffet chiamato “cantunzein”, in onore della distruzione del ristorante di piazza Verdi che fu un atto di puro squadrismo. In questa situazione, poi, qualche anima bella si chiede perché in Italia si riproduca periodicamente anche il partito delle Brigate rosse comuniste. Scusa lo sfogo.
Gianni Saporetti

… sul piano dei principi, l’anticomunismo va ancora benissimo a mio parere. In una galleria ideale può stare al fianco di antifascismo e antirazzismo. Del resto, storicamente, se si guarda con favore a una sinistra libertaria e pluralista non si può che essere anticomunisti. C’è poco da fare e da discutere, secondo me.
Non bisogna però semplificare e leggere la storia per semplici antagonismi: Berneri/Togliatti, ad esempio. Altrimenti sfuggono molte cose. Il comunismo italiano non è stato solo Togliatti. Pensiamo a molti militanti di base e quadri sindacali comunisti che nel Mezzogiorno, tra la fine degli anni 40 e gli anni 50, lottavano contro i potentati locali, in condizioni difficilissime.
Pensiamo anche ad alcuni grandi amministratori locali degli anni 70, sinceramente interessati all’autonomia comunale. Penso a Renato Zangheri, che era considerato dagli avversari “quasi un liberale”. In conclusione, per quanto mi riguarda personalmente, l’anticomunismo rimane un mio riferimento intellettuale, ma con la consapevolezza della complessità che ho provato ad accennare. Credo che per una rivista interessata più alle storie di vita che ai principi astratti, non sia molto utile impostare una discussione sull’anticomunismo, che comunque rimane fermo e implicito nella scelta meritoria dell’Altra Tradizione.
Un caro saluto.
Carlo De Maria

Sono d’accordo con Carlo. La sua precisazione è doverosa. Ripensando criticamente al comunismo credo sia opportuno utilizzare maggiore cautela. Raccogliere il suo invito a non dimenticare ai molti militanti e quadri di base che hanno vissuto l’adesione al comunismo come alla forma migliore di (auto)governo dell’umanità, è indispensabile.
Inoltre le parole pesano e spesso cristallizzano il loro significato nella contingenza in cui sono nate. Berneri e Togliatti, vittima e carnefice, erano in Spagna entrambi per combattere i campioni dell’anticomunismo internazionale.
Per decenni l’anticomunismo è stato monopolio dei nemici del popolo. Anche nell’attualità chi si erge a rappresentante dell’anticomunismo è difficilmente individuabile come amico e possibile alleato. La questione è complessa, non è bene sintetizzare troppo i concetti. Del resto essere antistatalisti non credo voglia dire ad esempio rifiutare la scuola pubblica ed essere libertari non necessariamente significa rifiutare ogni forma di organizzazione strutturata. Dichiararsi antistatalisti e libertari non può significare in automatico guardare ai comunisti come nemici. Quello della storia e del ruolo del comunismo in Italia e nel mondo è una riflessione che va fatta fino in fondo, per riscoprire e rivalutare il ruolo, la forza ideale e l’attualità di chi è uscito storicamente sconfitto dal confronto con quella Tradizione. Se lo scopo della discussione è anche quello di liberarsi dal peso opprimente del comunismo è bene che i comunisti stessi ne vengano coinvolti. Allora è forse meglio chiamare alla riflessione sul disastro del comunismo e sul pensiero e l’azione della sinistra non comunista piuttosto che definire confini definitivi e insormontabili.
Rodolfo Galeotti

Partirei da una frase di Jorge Semprun: chi non vuole parlare dello stalinismo dovrebbe tacere anche sul fascismo. Io sento questa frase come una scudisciata. Perché nella mie vite politiche, compresa quest’ultima, non c’è alcuna proporzione tra antifascismo e antistalinismo. Non parliamo dell’anticomunismo, totalmente assente.
Il comunismo ha goduto di una memoria selettiva. Anzi, sul comunismo la memoria si è addormentata. Carlo e Rodolfo ci ricordano giustamente quanti compagni hanno dedicato la vita o sono anche morti per l’ideale comunista. E non c’è dubbio che la quasi totalità di questi compagni intendesse l’ideale comunista come il sogno di un futuro di libertà, di uguaglianza, di pace. Questi compagni sono da considerare vittime del comunismo e dei comunisti al potere. Proprio per il rispetto che essi meritano non si può dimenticare cosa è stato il comunismo. Sento forte il desiderio di recuperare il tempo perduto sradicando in me e attorno a me ogni indulgenza sul comunismo.
Mi è molto difficile non fare “precipitare” l’analisi, per due ragioni. La prima è che la crisi del comunismo non è un fatto recente. Chiaromonte, Herling, Nagy, Kuron, Havel (cito nomi quasi a caso) hanno detto, scritto e fatto abbastanza perché tutti noi capissimo tutto quello che era sufficiente capire. Già nel ‘68. Non l’abbiamo capito. E adesso ci occorre dell’altro tempo? Ma quanto ancora?
La seconda è che questa incapacità, generalmente colpevole e insincera (sto parlando anche di me), di fare i conti con il comunismo crea enormi danni nel presente e per il futuro. A fare una battaglia anticomunista non c’è dubbio che ci si trova in cattive compagnie. E’ un ulteriore danno causato dai nostri ritardi.
P.s. Nella seconda metà del 2006 sono usciti, tra gli altri, due libri sul 1956 in Ungheria (Bettiza e Sebestyen) e anche uno del nostro amico Clemente Manenti. Vorrei avere i dati del venduto e confrontarli con quelli della Rossanda e Ingrao.
Massimo Tesei

[…] Resto dell’idea che sia fondamentale continuare a progettare il futuro e attuare buone prassi ispirate ai valori di una “sinistra plurale” quale Una Città -nella sua fluidità- rappresenta. Di certo un’attenta e meditata analisi delle culture politiche del passato è imprescindibile, e tra queste certamente un’indagine seria e rigorosa merita anche la tradizione del comunismo italiano in tutte le sue articolazioni (non credo si possa parlare di una tradizione compatta e monolitica come invece si desume dalle prese di posizione di Gianni Saporetti).
Spero davvero si possa ragionare e discutere insieme di tutto ciò anche in futuro: di certo io non prenderò le parti di una tradizione che -anche per ragioni anagrafiche- non mi è appartenuta, mi riprometto però di sollecitare una ricognizione profonda su un movimento che per il nostro paese -tra luci ed ombre, errori e limiti- ha saputo dare speranze e diritti di cittadinanza a milioni di cittadini e realizzare importanti conquiste per i più deboli (e in connessione con questo apprezzo e condivido quanto ha scritto Carlo De Maria).
La storia non è mai in bianco e nero, come insegna il preziosissimo lavoro di Una Città: è giunto forse il momento di affrontare -andando oltre lo “sfogo” e la netta contrapposizione manichea ed ideologica- anche la stratificata tradizione del comunismo italiano.
Thomas Casadei

Credo che la riflessione sull’anticomunismo sia necessaria, anche se non so quanto prioritaria.
Necessaria perché, per esempio, di quel comunismo che uccideva e umiliava nulla ho sentito a scuola. Nel mio manuale di storia delle superiori c’era una pagina sui gulag. A 16 anni qualche falce e martello l’ho disegnata sul banco.
Il Pci ha tante colpe. E se non le elenco non è per sminuirle. Ma non si può negare cosa ha rappresentato per anni per tante persone: la democrazia, la libertà, i diritti, l’antifascismo. E credo che bisogna ben distinguere cosa era l’Urss da quello che è stato il “comunismo in Italia”, e ancora le “responsabilità dei dirigenti”, dalle “speranze e dalle lotte della base”. Tante conquiste che oggi abbiamo e che ogni tanto sotto l’onda di un revisionismo qualsiasi vengono messe in discussione arrivano da queste storie (e penso all’aborto, ai diritti sul lavoro…). E se una riflessione va fatta, credo che debba essere soprattutto una riflessione intellettuale sull’individuo, il suo ruolo, le sue priorità, le sue libertà.
Non credo che si tratti di contrapporre Togliatti a Berneri. Certamente il silenzio che il Pci si è portato dietro per anni ha generato mostri. E’ che oggi si è sempre più in cattiva compagnia quando li si denuncia, e si diventa strumento. Quelli che si presentano come i nuovi “liberi pensatori”, che hanno fatto un percorso personale di “sdoganamento”, sono oggi i Ferrara, i Feltri… le “conversioni” dei Giovanni Lindo Ferretti mi spaventano. E non tanto perché ha trovato Dio, li ci vedo l’umano, ma perché si è sentito “sollevato da un peso quando ha votato centro-destra” e perché “preferisce i suoi cavalli che copulano” piuttosto che andare a votare il referendum sulla procreazione assistita. E mi fa paura anche il D’Alema del “forse uccidere Mussolini è stato un errore”.
Alla caduta della cappa corrisponde anche la perdita del criterio e del valore. E troppo spesso l’anticomunismo oggi è in bocca a questa gente qua. Bisogna mantenere fermi certi bastioni. Perché nella nostra storia il comunismo ha spesso voluto dire anche antifascismo. E stanno cadendo gli ultimi bastioni. La Repubblica nata dalla Resistenza è ancora un valore per la mia generazione, forse, non credo che lo sarà per la prossima. La storia prende le distanze. E l’idea che mi faccio è che la lotta ideologica violenta che ha opposto mio nonno a suo fratello lascerà spazio a un qualunquismo disarmante (pensate ai dibattiti pro e contro la pena di morte a Saddam, i paralleli con Mussolini).
Francesca Barca

[…] Il comunismo è stata una catastrofe planetaria, di vite -centinaia di milioni di vite; non esiste un solo luogo geografico, un solo momento storico dove si sia realizzato senza una tragedia, una carneficina, una dittatura, una apocalisse. Vorrà dire qualcosa sulla bontà della teoria e dell’esperimento? In Italia è stato diverso perché non si è realizzato.
Questa esperienza dovunque totalitaria ha danneggiato e cancellato lo spirito generoso dei tanti militanti di base, che però mi lasciano la domanda: che avrebbero fatto i tanti volenterosi compagni se avessero vinto con il pluralismo, la democrazia, i gay, i diversi, le differenti sensibilità religiose? Cuba è lì a ricordarci che anche quella esperienza apparentemente eterodossa non era altro che una delle tante sfumature del totalitarismo comunista.
Sono d’accordo con chi afferma che l’incapacità “colpevole e insincera (sto parlando anche di me), di fare i conti con il comunismo crea enormi danni nel presente e per il futuro” e con chi dice che “il pluralismo non vuol dire Berneri, Rosselli, Chiaromonte, Caffi, Colorni, ecc. più Togliatti. Non vuol dire tenere insieme l’assassinato (Berneri) e l’assassino (Togliatti), il democratico e il totalitario”. Perché non aver affrontato ancora in modo radicale e convincente quello che il comunismo ha prodotto come falsa coscienza, doppiezza morale, scostamento tra fini e mezzi ha come prezzo che ancora oggi in Italia si fatica a sinistra a scrollarsi di dosso inutili pesantezze, fumisterie ideologiche e pratiche dannose.
Affrontare un discorso sull’anticomunismo di sinistra oggi in Italia significa smascherare tanti atteggiamenti superficiali e dannosi: il terzomondismo guerrigliero che ancora alberga fecondo in rifondaroli e simili; la logica dello scontro amico-nemico; la giustificazione dei propri “figli di puttana” (vedi Russo Spena con il caso Battisti); ragionare per miti (Che Guevara, Fidel); dare del traditore e isolare chi la pensa diversamente (oggi sono Ichino e Lula), scegliendo partner imbarazzanti (oggi è Chàvez o Casarini).
Non basta professare la nonviolenza, rifarsi a Gandhi o S. Francesco se la propria storia e tradizione non viene affrontata criticamente e superata. Non si può aggiungere e stratificare continuamente, va anche tolto. L’unità tra fini e mezzi derisa dalla saccenza comunista chiede un bagno d’umiltà e di riconsiderare sotto una nuova luce tutto: si è nonviolenti nella pratica e Gandhi aggiungeva che insieme si doveva non-mentire e non-collaborare…
Anche per questo ragionare sull’anticomunismo di sinistra è importante e necessario, non solo per rendere giustizia, ma anche per evitare appropriazioni indebite ed errori che oggi come ieri a sinistra si continuano a fare per falsa coscienza, confondendo terroristi, resistenti, oppressori e dittatori populisti tutti purché impegnati a fermare un Occidente odiato per complesso di colpa.
Luciano Coluccia

[…] Vorrei togliere dal tappeto un punto su cui, forse, Gianni ha informazioni diverse dalle mie.
Ha scritto: “Togliatti che diresse il pogrom contro i trotzkisti e gli anarchici in Spagna”. Diresse è parola pesante: vuol dire che era lì e dava gli ordini. Ora, per quanto ne so, Togliatti arrivò in Spagna nel luglio del 1937, la repressione di Barcellona inizia il 5 maggio precedente e si conclude in pochi giorni.
Carlo De Maria, in una intervista a Una Città: “I fatti accertati sono questi: Berneri, insieme con un altro anarchico, Francesco Barbieri, venne prelevato da casa nel tardo pomeriggio del 5 maggio ‘37 (durante le famose ‘giornate di maggio’ in cui a Barcellona si arrivò allo scontro armato fra comunisti e forze governative, da una parte, anarchici e trockisti del Poum, dall’altra) e i cadaveri dei due vennero ritrovati per strada durante quella notte. Come dimostrano alcune carte di polizia, che ho consultato all’Archivio Centrale dello Stato e che riassumono l’autopsia praticata sui corpi, Berneri venne colpito con due colpi di pistola alle spalle, a distanza ravvicinata, dall’alto in basso. “Il grido del popolo”, organo comunista che si pubblicava a Parigi, scrisse il 29 maggio (cito velocemente): ‘Camillo Berneri è stato giustiziato dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa’”.
Non ignoro che esiste una teoria secondo la quale Togliatti era in Spagna già da prima, dal 1936, ma non sono riuscito a trovare, nemmeno nelle pubblicazioni più anticomuniste, un documento, un indizio, una testimonianza che così fosse. Fino a che i documenti non saltano fuori dobbiamo considerare Togliatti assai lontano da Barcellona in quel tragico maggio 1937.
Ma, per amore di discussione, supponiamo pure che fosse in Spagna: questo vuol dire che “diresse”? Purtroppo, da alcuni anni, siamo inseguiti da commemorazioni, trasmissioni televisive, giornalisti che si improvvisano storici e soubrette che discutono con loro nel salotto di Vespa. La storia è altra cosa. Certo, Togliatti, aveva influenza sui comunisti spagnoli, in particolare su Dolores Ibarruri, ma nel quadro di una guerra civile le cose sono confuse, contraddittorie e difficilmente controllabili. In Spagna erano presenti altri dirigenti comunisti che pesavano quanto e più di Togliatti, a cominciare da Vittorio Vidali e da un italoargentino assai più sanguinario di quanto fossero gli altri: Victor Codovilla. La repressione di anarchici e trozkisti a Barcellona aveva più a che fare con l’ossessione di riprendere il controllo della città e delle sue telecomunicazioni, nelle mani del Poum, che con la battaglia ideologica.
Chi ha letto ciò che ha scritto Orwell in “Omaggio alla Catalogna” non può non aver capito il clima di caos di quelle giornate, in cui di “direzione” ce ne fu ben poca. Certo, non stento a credere che Togliatti approvasse la repressione. Non ho difficoltà a credere che tutti i dirigenti comunisti passati alla scuola di Stalin avessero perso il senso della misura, se non la ragione.
Tuttavia, letture giovanili mi fanno pensare che Togliatti sia stato più volte in disgrazia agli occhi della leadership sovietica (una prima volta proprio dopo la Spagna) e che, all’offerta di lasciare il partito italiano, nel dopoguerra, per andare a dirigere l’Internazionale, oppose un cortese rifiuto. Dipingerlo come un sanguinario mi pare faccia violenza alla verità. Ma, poiché non ho particolarmente a cuore la memoria di Togliatti, se si hanno informazioni diverse mi piacerebbe saperlo.
Fabrizio Tonello

Fa bene Fabrizio Tonello a problematizzare.
Se possiamo affermare con sicurezza che i sicari di Berneri siano di parte comunista (proprio per la brutale rivendicazione dell’assassinio fatta dal “Il Grido del popolo”, Parigi, 29.5.1937), non possiamo dire che dietro la decisione di eliminare Berneri ci fosse senz’altro Togliatti. A me pare difficile che non sapesse (dovunque si trovasse) della decisione di ammazzare un noto esponente antifascista italiano e non l’avesse perlomeno accettata, ma queste sono solo supposizioni di nessun valore.
Va detto che l’omicidio di Berneri non rientra semplicemente negli scontri avvenuti a Barcellona per il controllo della città. Berneri venne ucciso, approfittando di quelle giornate convulse, per gli articoli di fuoco che scriveva in quei mesi contro il regime di Mosca e i suoi alleati in Spagna. Articoli che avevano già provocato molte polemiche all’interno della sinistra. Venne ucciso per il suo anticomunismo.
Togliatti rientra in ballo nel 1947, quando polemizza con Salvemini circa l’omicidio di Berneri. Quell’anno, Salvemini, già maestro di Berneri all’Università di Firenze, affermò sulla rivista “Il Ponte” che il suo allievo era stato assassinato dai comunisti (come i Rosselli erano stati assassinati dai fascisti), mentre Togliatti ebbe la sfrontatezza di scrivere su “Rinascita”, dopo aver offeso Salvemini, che Berneri era stato colpito da una pallottola vagante durante quelle giornate confuse.
Liberandomi del tutto dal lessico storiografico, è questa menzogna che a me fa schifo (al di là del coinvolgimento o meno di Togliatti nell’assassinio). Ho l’impressione che siano aspetti della figura di Togliatti di cui raramente si parla negli ambienti culturali e istituzionali legati alla tradizione comunista. Siamo molto lontani da ogni nobiltà della politica.
Carlo De Maria

Di cosa parliamo quando parliamo di “comunismo”? Sotto questo nome/concetto, infatti più di uno (ad es. i comunisti italiani di Diliberto), con generalizzazione alquanto ardita e non senza silenzi o borbottii, mette assieme, sullo stesso piano Marx ed Engels con Lenin, Togliatti, l’Unione sovietica, Cuba, la Cina maoista, vedendo fra di loro un “filo rosso” continuo, necessario e necessitante. Altri, invece, (e penso a Rifondazione, ma anche a qualche gruppo trockista che oggi parla di “socialismo libertario”), con cesure altrettanto ardite, separano Marx ed Engels e le loro teorizzazioni dal concreto della Rivoluzione russa, mentre altri ancora tengono a sottolineare che non si possono addossare le colpe, i silenzi, gli errori della dirigenza dei vari pc ai tanti iscritti e militanti comunisti che, in buona fede e volendo giustizia e libertà, hanno contribuito a fare anche dell’Italia un paese democratico e liberale (seppure, aggiungo io, con mancanze e problemi tutt’altro che secondari ed insignificanti). Ora, rispetto a tutto questo, a me pare che alcune questioni vadano rese ben chiare. E’ infatti vero che i “militanti di base” non possono essere ritenuti responsabili di quanto, spesso segretamente, sapevano e facevano le direzioni, tuttavia non può neppure essere dimenticato che non pochi di questi militanti (e lo dico avendo esempi di tutto ciò nella storia della mia famiglia), una volta giunti a conoscenza di parecchie malefatte (ad es, il come avveniva la socializzazione in Cecoslovacchia o i campi “di lavoro” per i dissidenti in Jugoslavia) hanno, più o meno tranquillamente, accettato di tacere, come ben poco, o nulla, hanno detto, neppure qualche domanda seria, sulla rivoluzione ungherese, sui moti polacchi e tedeschi degli anni ‘50 e così via. Il problema è che questi silenzi, questa assenza di domande, certo in buona fede, erano tranquillamente accettati perché in tutti, dirigenti e soprattutto base, era generalizzata la convinzione che il comunismo, cito a memoria, “movimento reale che cambia lo stato di cose presente”, fosse non solo giusto, ma soprattutto, “la chiave dell’irrisolto enigma della storia” (Marx), e che, quindi, al massimo potessero episodicamente sbagliare alcuni dirigenti, non certo i partiti, ed i loro massimi dirigenti, o i “paesi socialisti” (cosa che a me ricorda il Woitjla che dice che, nella storia, a sbagliare sono stati dei cristiani, non la Chiesa). Questo fideismo -che certo non può far condannare in blocco tanti militanti, ma che rende ancor più responsabili tanti dirigenti preparati e colti come Togliatti, Amendola, Ingrao, Rossanda, ecc.- è stato il primo dei cancri di cui il comunismo in quanto movimento storico si è fatto propagatore e incubatore, ed è quanto ha fatto sì che in esso, nella sua storia, non sia possibile trovare o creare linee di frattura nette. Marx non avrebbe, probabilmente, voluto, ed accettato, quello che è accaduto nel corso della Rivoluzione russa, così come certamente Lenin non era Stalin, tuttavia non possono essere dimenticati né i metodi calunniatori, mestatori ed ambigui che Marx ed Engels adottarono, a fianco della legittimissima (per quanto, a volte, intrinsecamente scadente) polemica teorica contro Proudhon, Bakunin, Jules Guesde e gli anarchici ed i socialisti riformisti libertari durante la Prima internazionale, così come non è possibile dimenticare né il La liberté, pour quoi faire? che Lenin oppose alle rimostranze sulla mancanza di libertà nella nascente Unione sovietica avanzategli da Armando Borghi, delegato della Internazionale sindacale rossa, e neppure il fatto che (tralasciando la questione della rivoluzione makhnovista in Ucraina) proprio Lenin e Trockij furono coloro che distrussero il tentativo sovietico attuato, nel 1921, a Kronstadt (la “perla rossa della rivoluzione”, come era definita dalla stampa ancora nel ‘20) da socialrivoluzionari di sinistra ed anarchici, stanchi dello strapotere poliziesco dei bolscevichi. Questo per dire che, da un lato, quasi certamente Marx e la sua filosofia in quanto tali non possono essere ritenuti direttamente responsabili di quanto ha fatto il comunismo storicamente realizzato (e non a caso il comunismo teorizzato da Rosa Luxemburg o dai comunisti dei consigli, aspramente osteggiati dai bolscevichi, era ben diverso da quello poi realizzato in Russia o Cina), non è però ugualmente possibile nemmeno staccare recisamente questi due, e questo proprio perché è anche avendo accettato ed introiettato la filosofia di Marx che poi hanno agito i vari Lenin e Stalin.
La questione della Spagna, dal canto suo, è forse più complessa, anche se, pure in essa, la sostanza non mi sembra così diversa. In Spagna, dopo l’alzamiento dei generali golpisti si innescò un duplice processo: la guerra antifascista, ma anche il tentativo -soprattutto da parte degli anarchici e dei sindacalisti rivoluzionari, forze di maggioranza relativa nella società spagnola- di attuare forme autogestionarie e socialiste, e certo, nella situazione europea e spagnola di allora, le due tendenze non potevano facilmente sposarsi. Certo, anche da parte degli anarchici e dei sindacalisti, non furono rari gli eccessi, le facilonerie, le “corse in avanti”, ma è altrettanto vero che, dall’altra parte ci furono o la pura e semplice difesa della precedente repubblica, la cui fine era stata di fatto sancita proprio dal golpe fascista, o il tentativo di contenere il tutto solo nell’ambito della “guerra antifascista”, nel tentativo di ingraziarsi Francia e Gran Bretagna che, dal canto loro, molto presto chiarirono ed attuarono un ferreo non-intervento (cosa che, invece, ben si guardarono dal fare Italia e Germania). Nell’ottica della sola “guerra antifascista”, comunque superata dai fatti, i comunisti di osservanza sovietica, cioè la gran parte di essi, attuarono un duplice tentativo: egemonizzare la, e se possibile impossessarsi della Repubblica spagnola e controllare che la guerra guerreggiata non andasse appunto oltre al solo contrasto delle armate fasciste, il tutto per attuare la politica allora scelta da Stalin, cioè i Fronti antifascisti. Difficile è dire quale delle due politiche -quella “rivoluzionaria” di anarchici e sindacalisti, quella “antifascista” dei comunisti e dei repubblicani spagnoli- fosse la più valida, visto che hanno perso entrambe, ma quel che va notato è che, nella Spagna dell’epoca, qualcuno, e fra questi, in primo piano, proprio Camillo Berneri, capì che le due cose -trasformazione sociale e lotta antifascista- non erano scindibili non tanto sul piano teorico, ma soprattutto sul piano pratico (non va infatti dimenticato che, almeno per i primi mesi di guerra, furono proprio le collettività libertarie agricole ed urbane e la Barcellona libertaria a garantire retrovie, rifornimenti, ricambi di truppe alla guerra) e quindi si adoperò per vedere, molto acutamente e pragmaticamente, come sarebbero potute procedere. Anche qui non sappiamo se Berneri avesse visto giusto, perché la sua impostazione, così come quella, assai simile, del Poum (che, va detto, era assai relativamente “trockijsta”), furono osteggiate e sconfitte innanzitutto proprio dai comunisti, i quali comunque, anche quando ebbero attuato gran parte del loro piano (egemonizzando sia il governo di Madrid che quello della Catalogna, eliminando le milizie) non conclusero granché, visto che persero la guerra. In tutto questo, quel che, a mio parere, va notato, e veniamo più strettamente alla “questione Togliatti”, è non solo che i detentori della “chiave dell’“irrisolto enigma della storia” andarono dritto per la loro strada senza stare ad ascoltare nessuno di quelli che erano sul campo (fra questi Pacciardi, allora comandante della Brigata Garibaldi, Carlo Rosselli, ma anche molti socialisti tedeschi, statunitensi, ecc) e che li invitavano ad atteggiamenti più duttili, ma soprattutto che il modo in cui condussero la loro lotta fu, ad essere benevoli, assai spesso discutibilissimo e non raramente criminale. E’ in questo contesto che si situa l’uccisione di Berneri e riguardo ad essa mi pare poco importante sapere se Togliatti fosse o no personalmente in Spagna. Sappiamo infatti, da molteplici testimonianze e documenti non solo di parte anarchica o poumista, ma anche repubblicana, socialista, giellista, che dietro alla politica dei comunisti c’era lui, in quanto longa manus della dirigenza sovietica, e questo mi pare basti. Quanto poi al clima di caos della Barcellona del Maggio ‘37, va detto che tale clima divenne veramente tale solo quando, verso il Marzo ‘37, cominciarono le manovre comuniste per impossessarsi dei centri nevralgici della città -gestiti da anarchici, cenetisti e poumisti-, mentre prima la situazione era relativamente tranquilla (Barcellona era comunque assai vicina al fronte), come testimoniano non solo Orwell, ma anche Simone Weil e vari giornalisti inglesi.
Detto tutto questo, occorrerebbe dire qualcosa anche sul ‘68 e sul ‘77, periodi in cui le tensioni libertarie -certo non maggioritarie, anche se assai significative, ed altrettanto certamente non scevre da critiche, soprattutto per il perdurante rivoluzionarismo di fondo, per un diffuso ideologismo e per una certa tendenza al settarismo- vennero quasi sempre emarginate non solo dal Pci, ma pure dai vari “gruppi” di ispirazione comunista, la qual cosa ci rimanda a quanto si diceva all’inizio su fideismo e “chiavi storiche”…
Franco Melandri

Nel comunismo l’idea che l’avversario può essere eliminato violentemente ha sempre avuto piena legittimità. Non importa se l’avversario è interno o esterno. Se è interno, comunque, non ha scampo. Consiglio la lettura de Il piombo e l’argento, storia vera del partigiano Facio, comunista, fucilato dopo un processo irregolare in un tribunale di partigiani, tutti comunisti, e poi decorato con medaglia d’argento al valore militare, in quanto caduto per mano dei fascisti! L’eliminazione dei compagni che sbagliano non è mai un peso. A maggior ragione non lo è se i compagni non sbagliano, ma hanno semplicemente un’altra idea. Perché “un’altra idea” è la colpa peggiore. Questa è una delle essenze del comunismo, perché discende -vi risparmio i passaggi che conoscete meglio di me- dal concetto del fine che giustifica i mezzi. Quando il fine è la liberazione dell’umanità, cosa vuoi che sia un morto anche se innocente. Leggetevi quel che è successo in Ungheria con Rakosi al potere. E Rakosi aveva sempre un posto a fianco di Stalin in ogni cerimonia. Ora, si può pensare di espellere Stalin dal comunismo? Mi dispiace, non si può, anche se l’abbiamo pensato tutti. Anche perché nel 1956 a Budapest c’era Kruscev e non Stalin. Nel 1968 a Praga c’era Breznev. La lotta interna al Pci è stata vissuta allo stesso modo, naturalmente nessuno poteva essere eliminato fisicamente, ma leggetevi i toni di Togliatti nei confronti di Silone, di Giolitti e di chi osò dissentire dai carri armati a Budapest. Lo stesso accadrà per Praga. Cos’è che ha impedito l’eliminazione fisica dei dissidenti? L’ideologia comunista? No, solo lo stato borghese, cioè il fatto che il Pci non era al potere. Dunque si vorrebbero espellere Stalin, Lenin, Kruscev, Breznev, Togliatti, Secchia, Longo dal Comunismo? E che farne di Ulbricht e di Tito? E di Thorez e Marchais? E di Pol Pot?
Possibile che il comunismo sia quel movimento che per renderlo presentabile bisognerebbe espellerne tutti i dirigenti ovunque siano stati al potere o abbiano avuto ruoli importanti?
Massimo Tesei

Comincio con l’identità positiva, con la ricerca di personaggi positivi con cui identificarsi.
Se è fatta come la rivista fa già, ovviamente è una ottima cosa. Ci mancherebbe altro. Chi penserebbe mai a pubblicare gli scritti dei funzionari del Comintern anziché Orwell; o Berneri. Fate benissimo a dare ad alcuni morti di grande valore, spesso isolati, l’attenzione che non hanno avuto in vita. Chi vi legge, vi legge anche per quello.
Bisogna ricordare però varie cose.
Le identità totali, da quelle nazionali a quelle religiose a quelle di partito, sono una vera disgrazia.
Possono essere una necessità in momenti di grande mobilitazione e di grande pericolo. E’ la logica dei movimenti e delle guerre; in particolare di quelle civili. Diventano una sventura dal momento in cui il primo nel gruppo si chiede: ma chi sono io? Cosa vogliono quelli lì da me? Perché parlano in mio nome?
Se si tratta di contribuire alla formazione di qualcuno, dei giovani, bisogna essere realisti e complicati. L’altra tradizione, quella libertaria e cooperativa, la sinistra liberale, è stata in Italia debole e precaria. Ha sempre dovuto navigare tra colossi totalitari -la chiesa cattolica, il fascismo, il comunismo- con compromessi e passaggi.
Gli anarchici, che qualcosa hanno voluto dire in Italia, oltre che in Russia, hanno avuto caratteristiche straordinarie, hanno scritto canzoni stupende -“O profughi d’Italia”, per esempio- ma hanno anche ammazzato molto, e qualche volta alla cieca e hanno scritto e cantato canzoni orribili. Una parte di loro è diventata fascista, cambiando quasi solo la forma, non il colore, delle bandiere. Non è solo che gli anarchici italiani e russi hanno ammazzato quasi tutti i capi di stato d’Europa e loro eredi, salvo la Regina Vittoria e il Kaiser. Uno può sempre dire che Bresci, emigrato in America, fece bene, quando lesse della strage di Bava Beccaris a Milano -“furon mille i caduti innocenti/sotto il fuoco di armati Caini”- fece bene a comprarsi un revolver, prendere la nave, tornare, chiedere dov’era il mandante e ammazzarlo.
Ma le idee che stanno dietro “Sul fosco fin del secolo morente” sono una tragedia e ci perseguitano ancora oggi, un secolo dopo. La canzone non dice solo ricambieremo sulle barricate piombo con piombo. Dice anche “e noi morremo in un fulgor di gloria/schiudendo all’avvenir novella via./Dal sangue nascerà la nuova istoria/dell’anarchia”. Questo è un bel guaio. Lo è stato anche a Barcellona, settanta anni fa. Anche se, come dice Orwell, in quella guerra civile lì quasi nessuno moriva in battaglia, perché erano troppo male armati. I morti, che furono il 10% della popolazione, erano quelli catturati.
Anche di questo la storia esiste. C’è un libro stupendo, di interviste, giusto per cambiare, che si chiama Blood of Spain, sangue di Spagna, che riporta, per infiniti episodi, oltre alle fonti scritte, le interviste dirette ai sopravvissuti, caso per caso. L’autore è un grande storico sociale e orale, di cui in questo momento non ricordo il nome. Nessuno ha tradotto, neanche Einaudi un quarto di secolo fa, perché sono mille pagine e a nessuno piace andare a cercare la verità.
Ma la letteratura originale e locale o di stranieri, è sterminata e riguarda un po’ tutti. Se si guardano le storie personali si trovano percorsi intrecciati e alleanze. Gli autori de “Il dio che ha fallito”, Silone, Koestler, Gide, ecc., che per la mia generazione, svegliata a 18 anni dai fatti di Ungheria, è un libro di formazione, sono ex-comunisti.
Quelli di Unità popolare -Codignola, Parri- avevano una sorta di patto di unità d’azione, anche perché gli altri erano peggio, mi ricorda Luca, che a 15 anni stava con loro.
Bianca Guidetti Serra, che quest’anno arriva ad 86, da ragazza stava nei sindacati fascisti. Poi fece la resistenza, studiò da avvocato, fu convinta da Camilla Ravera, segretaria dei tessili, a smettere di fare la sindacalista dei tessili nella Cgil e a fare suo mestiere, perché non bisogna tutti appiattirsi a fare le stessa cose e di bravi avvocati ce n’era bisogno. Uscì dal Pci nel ‘56, con gravi conflitti personali. Ha difeso gratis varie generazioni di militanti, fino a Lotta continua ed oltre. Fino a che ha potuto è stata Presidente del Centro Gobetti. Ma anche deputata di Dp, come Alberto Tridente, operaio cattolico, poi importante dirigente sindacale Cisl, certo anticomunista, quando esserlo aveva senso. Alla prima riunione dei Ds a cui è andato, nella vecchia Camera del lavoro di Torino, ha detto testualmente: “Sono stato sempre con voi nelle lotte; sono stato sempre contro di voi politicamente. Prima di unirmi a voi lasciatemi dire che voi avevate torto e io avevo ragione”. Così si fa. Ho sentito la frase di persona, anche se non posso giurare sulle singole parole.
L’ho rincontrato qualche anno fa, con tutta la sinistra Cisl, al Movimento di azione Giustizia e libertà, promosso a Torino da Guido Fubini, a cui mi sono anche iscritto, come lui.
Poi, come già con il Partito di Azione, la destra ci ha ucciso. Grande Stevens, uno degli aderenti al gruppo torinese, Eco e molti milanesi importanti, hanno pensato bene di costituire il Movimento di Azione Libertà e giustizia, giusto per cambiare, che a sua volta è stato spaccato dal rifiuto di Grande Stevens di assumere una posizione critica nei confronti della Fiat, di cui era il massimo fiduciario e che ha riconsegnato agli Agnelli con una operazione di cui non ha informato se stesso, in un diverso ruolo, perché i ruoli erano separati. Dovrà convincere i giudici di aver fatto bene. Ma al momento, oltre ai ruoli dirigenti nelle finanziarie degli Agnelli, oltre ad essere forse l’italiano più importante tra i grandi mediatori che giudicano le controversie tra le grandi multinazionali, è presidente della Compagnia di San Paolo, Fondazione del San Paolo-Imi, che è capitalizzata per 9 miliardi di euro, 18 mila miliardi delle vecchie lire. Così va il mondo. S’intende: la Compagnia è il massimo finanziatore di attività sociali e culturali in città, è un’ottima cosa, ma la sovrapposizione dei ruoli crea forse qualche problema.
Penso che si faccia benissimo a criticare la dirigenza comunista, che ha impiegato trent’anni per spiegarci ciò che aveva capito alla fine degli anni ‘50 -Occhetto aveva 23 anni quando si rese conto che il paese guida era un disastro.
Ma il problema non è il Comunismo storico, che è morto. Il problema sono i dirigenti rimasti e le idee.
Quando le generazione successiva alla mia ha avuto la possibilità di inventare qualcosa di nuovo, non ha inventato molto. O almeno ha mostrato la stessa tendenza delle generazioni precedenti, in condizioni assai meno tragiche.
Intanto si è identificata contrapponendosi a un nemico. Persino l’antifascismo può essere una sventura, come l’anticomunismo, se trasforma una lotta sociale in guerra per bande.
La sin troppo famosa affermazione “i proletari riconoscono in questo atto il loro senso di giustizia”, che non è una rivendicazione, come alcuni hanno sostenuto, ma una legittimazione, è anche l’appropriazione privata di una classe sociale, o del suo pensiero. In quei mesi lì il giornale diceva sempre “i proletari” per indicare se stesso e questo è molto totalitario. Forse non sono solo i comunisti del Pci che non hanno fatto grandi danni solo perché hanno perso.
C’è un altro problema. Non siamo in una tranquilla situazione un po’ stagnante. L’appropriazione privata dello stato è avvenuta in Italia in forme solo leggermente meno criminali della Russia.
Franco Venturi, quello de “Il populismo russo”, chiamava la monarchia russa occupativa, cioè non fondata su una legittimità ma sulla pura e semplice occupazione del potere. Lo zar comanda perché comanda. Credo che solo due zar siano saliti al trono per successione legittima -uno dei due perché gli anarchici avevano ammazzato il predecessore, ma questo non c’entra.
In Italia la struttura dello stato è stata erosa da una serie di unioni personali, di convergenze di interessi. Nel ‘38 Carl Schmitt venne a un convegno a Milano sugli stati totalitari, la cui ipotesi era che in Italia lo stato controllasse il partito unico, in Russia il partito controllasse lo stato, in Germania stato e partito fossero ciascuno sovrano nel proprio ambito. Lui sostenne invece che i giovani giuristi in Germania non credevano alle idee generali e che lì avevano totalmente rovesciato lo stato senza dirlo, attraverso una serie di unioni personali: il segretario del partito era anche sindaco, dirigente sindacale, dirigente d’azienda, ecc.
L’Italia si regge sulle unioni personali, che ipocritamente chiamiamo “conflitti di interesse”, facendo finta che ci sia un interesse del presidente del consiglio, attento al bene dello stato, o della nazione, e l’interesse di Silvio Berlusconi, monopolista della pubblicità, perché è da lì che nasce il resto, ed editore, proprietario di reti televisive, di aziende ombra all’estero, di cointeressenze con la mafia, di un partito politico, ecc.
Ma non è solo lui. Persone assai diverse, e meno potenti di lui, sono importante dirigente Fiat, amministratore delegato della Ferrari, presidente di Confindustria, forse futuro politico. Così ci sono i controllori controllati, i funzionari di partito dirigenti delle ex-municipalizzate, e più ce ne sono di ex-municipalizzate e più funzionari si sistemano e meno l’acqua arriva e più costa. Non moltiplico gli esempi perché ognuno ne conosce migliaia.
Un accordo tragico o cialtrone tra garantisti veri e finti ha distrutto ciò che restava della giustizia italiana facendo una legge sul giusto processo che si potrebbe chiamare del processo impossibile, con l’aiuto del peggior ministro della giustizia della storia della Repubblica e del Regno.
Perciò sono antiberlusconiano e contro lo stato di cose presente, che mi sembra pericoloso.
Ma purtroppo essere antiberlusconiani non basta. Le società hanno una loro collosa persistenza e non cambiano facilmente, neanche con le rivoluzioni e le implosioni, come la Russia insegna.
Per non fare sempre l’esempio svedese, l’Olanda è una società idraulica e perciò, da che esiste, molto regolata. La terra è un prodotto, un prodotto pubblico perché solo lo stato ha i soldi sufficienti a bloccare lo Zuiderzee e fare i polder. Perciò le case sono pubbliche e programmate. Ad Amsterdam è pubblico l’85% delle case e per averle ci si mette in coda. Se si vuole la casa ci si mette in coda -code di cinque anni- e alla fine si ha la casa.
Se cambia la maggioranza non cambia il sistema. Il comune di Amsterdam stipendia -non retribuisce ad ore, stipendia- le volontarie delle ong che si occupano di diritti civili, le equivalenti delle ragazzine che fanno gli interventi a favore degli stranieri nel gruppo in cui sono io, e che guadagnano circa un decimo, senza nessuna prospettiva. Se il Comune di Amsterdam non vuole discriminare gli stranieri fa un regolamento e non li discrimina. Le case sono sue. Questo non impedisce conflitti ed omicidi, come sappiamo. Ma nessuno dice che Amsterdam è comunista o che l’urbanistica, il traffico, le biciclette, in Olanda siano peggio che altrove. Una società può cambiare, anche senza rivoluzioni. La Gran Bretagna era la società più egualitaria e meno violenta d’Europa. Trenta anni di mal governo, di destra prima, di sinistra poi, hanno portato il tasso di morti per overdose a dieci volte in percentuale l’Olanda e la Germania -lo dice l’Economist- raddoppiato i carcerati e gli omicidi, fatto di Glasgow la città più violenta d’Europa. Sempre poco rispetto alla Colombia, al Sudafrica, agli Stati Uniti, che ha sette volte almeno la percentuale di carcerati dell’Italia.
Perciò c’è bisogno di capire i contesti passati, ricostruire un contesto per il futuro. Ognuno per quel poco che può. Ma è importante che ognuno sappia dove sta e sia in grado di distinguere i soggetti.
Tutti coloro che dispongono della forza hanno interessi. Nessuno si muove per la giustizia. In circostanze molto vicine a quelle del Medio oriente di oggi, nell’Europa degli anni trenta, tra dittature e guerre, quelli che pensavano che valesse la pena di rischiare la vita per difendere la Repubblica, si alzarono e ci andarono. Se uno pensa che c’è un male da attenuare si alza e ci va, se è in grado di essere utile. Se no cerca di contrastare la deformazione del mondo che è nel linguaggio dominante. E’ l’unica cosa che mi riesce di fare. Voi lo fate e lo fate certo meglio di me.
Francesco Ciafaloni

Parte di ciò che scrive Francesco Ciafaloni mi spinge, per non dire mi obbliga, a dire qualcosa. Tutta la mia esperienza di militanza è stata nel movimento anarchico, poi la militanza è a poco a poco finita e mi sono attaccata agli ideali… ma la militanza è finita proprio perché sempre più raramente perseguire gli ideali si coniugava con la realtà, trovava uno sbocco realistico e “giusto” o almeno giusto per me.
Vedere scritte le parole de “Sul fosco fin del secolo morente” -parole che beninteso so a memoria e potrei declamare tutte d’un fiato- fa impressione e ancor più impressione se cantate dalla mia generazione che non ha patito il fosco fin del secolo morente e tutto ciò che questo ha significato per chi quelle parole ha scritto. Nella realtà, e senza voler negare gli attentati avvenuti (tra l’altro quasi tutti, eccezion fatta proprio per Bresci, criticati anche allora) i fatti, nonostante la situazione dell’epoca, sono comunque stati inferiori al tremendismo delle parole. Leggerle ora, tra l’altro, mi ha fatto pensare ai “martiri” kamikaze di oggi…
Cantarle per noi significava “appartenere” e ben poca cosa significava il testo, si rivendicava una tradizione, una storia, una purezza di ideali che faceva sì che combattere per essi potesse voler dire morirne (non certo per noi, ma storicamente -cosa quest’ultima assolutamente vera).
In realtà i testi sono importanti e non aver contestualizzato la nostra tradizione (anarchica intendo) ha significato perdere il contatto con la realtà e anziché rivendicare il diritto ad avere voce ci si è rinchiusi ad ascoltare solo la propria voce.
Tutti dobbiamo farci esami di coscienza, sia chi in nome del comunismo è stato cieco di fronte a ciò che succedeva, sia chi per rivendicare il proprio anticomunismo si è chiuso in una torre d’avorio con l’assoluta incapacità di confrontarsi con la realtà. Questa è stata la causa della fine della militanza per molti di noi (anarchici) e, non so se molti o pochi di noi ne hanno ritrovato la strada proprio quando sono riusciti a voler sentire altre voci, voler ascoltare e domandare.
Rosanna Ambrogetti